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Archibio.com  >  Bioarchitettura >  Architettura biologica >  La gestione dei costi nell'edilizia sostenibile

La gestione dei costi nell'edilizia sostenibile

Autore Beatrice Spirandelli
Categoria Architettura biologica

Il costo delle costruzioni nell’ambito dell’architettura bioecologica è un problema annoso e spesso valutato da un punto di vista improprio. La maggior parte delle fonti specializzate stima una maggiorazione sul costo complessivo variabile tra il 7 ed il 15% per il costruttore e dal 4 all’8 % per l’utente finale, incrementi che corrispondono ad una migliore qualità in termini di materiali impiegati e di impiantistica ed in parte alla ancora scarsa diffusione di questi prodotti sul mercato legata ad una domanda ridotta. Il maggiore investimento iniziale è giustificato nel momento in cui si tiene conto dell’intero ciclo di vita del manufatto edilizio e della sua durata e quindi non solo dei costi di costruzione, ma anche di quelli di gestione, manutenzione, dismissione e smaltimento.
L’architettura bioecologica sottende in primis l’impiego di materiali da costruzione prodotti con materiali in larga parte naturali e rinnovabili, caratterizzati da un impiego sicuro e salubre per tutto il ciclo di vita e da un impatto ambientale ridotto in termini di consumo di risorse naturali e di energia. Spesso ci si riferisce a materiali certificati bioedili in area tedesca, ma anche in Italia dal 1999 esiste un apposito marchio “ANAB prodotto certificato per la bioedilizia”, assegnato secondo i metodi di valutazione messi a punto dall’Associazione Nazionale Architettura Bioecologica attraverso l'attività di controllo dell’Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale ICEA. L’impiego di questi prodotti comporta vantaggi non solo in termini di salubrità per gli abitanti legati alla prevenzione della sempre più diffusa Sick Building Syndrome, una sindrome da costruzione malsana riconosciuta dal 1983 dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, ma  anche nei confronti dello stato di salute degli stessi edifici, in quanto l’impiego di materiali traspiranti ed igroscopici riduce sensibilmente i problemi di “manutenzione” legati ai ponti termici e all’umidità delle strutture murarie. Dal punto di vista ambientale, i materiali bioedili sono facilmente riciclabili o smaltibili in fase di dismissione dell’edificio, con una notevole diminuzione dei costi di discarica.
Il risparmio energetico è un altro aspetto cruciale per l’architettura bioecologica che incide sensibilmente sull’aumento dei costi di costruzione, ma è anche quello che consente i migliori margini di risparmio nella gestione, tanto che sia nel campo degli isolamenti che in quello  impiantistico non ci si limita più a parlare di comfort e benessere, ma si ragiona anche in termini di tempo di ritorno dell’investimento. Questo perché questo tipo di costi dovrebbe essere considerato in un orizzonte temporale di lungo termine in quanto essi comportano una riduzione delle spese di gestione che dovrebbero essere computate nella determinazione del valore di un immobile, assieme ai costi ambientali legati al comparto edilizio. E’ noto infatti che quest’ultimo contribuisce per il 30%-50%  alle emissioni totali di CO2, e un taglio di questi valori non può essere che positivo alla  luce degli accordi di Kyoto (e dei conseguenti costi legati alle sanzioni). Il motivo più convincente che solitamente gli architetti e le imprese hanno a disposizione per persuadere i committenti a scegliere l’architettura bioecologica è proprio la riduzione delle spese di gestione degli edifici, che nel caso del riscaldamento e del raffrescamento significa investire maggiormente in termini di isolamento e di impiantistica efficiente. Nel primo caso avvalendosi di  prodotti scelti nell’ambito della bioedilizia e di serramenti basso-emissivi si può raggiungere una riduzione dei consumi termici tra il 15 ed il 25% con tempi di ritorno dell’investimento variabili dai 3 ai 9 anni in funzione dell’intervento scelto. E’ importante sottolineare che risparmiare energia non significa automaticamente costruire secondo le regole dell’architettura bioecologica, per cui è necessario scegliere particolari materiali e sfruttare il più possibile le energie rinnovabili per riscaldare, raffrescare e fornire acqua ed energia elettrica agli edifici. Un paio di esempi inerenti l’impiantistica: l’utilizzo di sistemi solari per la produzione di acqua calda comporta risparmi di gestione compresi tra il 15 ed il 60% con tempi di ritorno dell’investimento dai 4 ai 6 anni, mentre con gli impianti di riscaldamento ad alta efficienza si può risparmiare mediamente il 25% dei costi annui ammortando la spesa iniziale in 3-6 anni.  
Un altro fatto da non trascurare nella stima costi e benefici di una realizzazione bioecologica sono le sempre più frequenti agevolazioni da parte degli enti pubblici, che sempre di più tendono ad incentivare la realizzazione di edifici a basso consumo energetico attraverso una riduzione degli oneri comunali (costi di costruzione o oneri di urbanizzazione), un incremento della volumetria o della superficie utile concessa e qualche contributo a fondo perduto. Si affacciano inoltre da poco tempo anche nel nostro mercato, su modello della Raiffeisen Bank austriaca, tentativi da parte di istituti finanziari di concedere mutui agevolati a chi costruisce edifici in maniera più sana e meno energivora.
Un altro sistema per razionalizzare i costi di costruzione in ambito bioedile e ridurre così la percentuale di scarto rispetto al settore ordinario è gestire il cantiere in modo più efficiente, cominciando da una serie di scelte prese già in fase di progetto e proseguendo con una attenta pianificazione delle lavorazioni che consente una riduzione della durata del cantiere stesso. In funzione di ciò risulta più opportuno realizzare i manufatti edili con prodotti il più possibile standardizzati e facili da assemblare, in modo che sia possibile realizzarli in officina e ridurre così tempi e rischi nell’ambito del cantiere. Questo tipo di scelta comporta anche una minimizzazione dell’impiego del materiale e di conseguenza dei rifiuti prodotti (e quindi dei costi di discarica). Il comparto edilizio è responsabile della produzione di circa il 25% dei rifiuti dell’industria europea, provenienti sia dagli “scarti” di costruzione nell’ambito dei cantieri che da operazioni di demolizione. Se nel primo caso è sufficiente scegliere prodotti il più possibile standardizzati, nel secondo è bene preferire i sistemi assemblabili a secco, che consentono una facile separazione dei materiali in fase di demolizione e quindi un loro possibile riutilizzo quali “materie prime seconde”. In Svizzera esiste da anni una vera e propria “borsa dei rifiuti edili” che fornisce informazioni circa la disponibilità e la qualità dei diversi prodotti e coordina la domanda e l’offerta dei cantieri. In Italia si parla invece ancora di  smaltimento piuttosto che di riciclaggio, in quanto solo l’8,9% dei rifiuti edili viene riutilizzato in altre costruzioni, mentre il rimanente 91,1 % finisce in discarica (dati ANPA; fonte Commissione Europea, DGXI-1999). Una ulteriore azione per ridurre il volume dei rifiuti da cantiere è  quella di scegliere i prodotti anche in funzione dell’ imballaggio, che nel caso bioedili dovrebbe essere studiato in maniera da essere il più possibile ridotto o meglio completamente riutilizzabile o riciclabile. In caso contrario si vanificherebbe in parte la qualità ecologica del prodotto, in quanto la valutazione di questo parametro investe il  suo intero ciclo di vita e tutte le sue componenti.





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