Il rapporto tra architettura, cura degli spazi esterni e salute (fisica e mentale) è alla base di un progetto di “giardino sensoriale” realizzato ad Osimo (Ancona) per la fondazione Grimani Buttari. Si tratta di uno spazio aperto con la finalità di stimolare tutti e cinque i sensi del malato (in questo caso di Alzheimer), con l’uso coordinato dell’acqua, del verde e dei materiali che lo compongono. Il suggestivo nome del giardino è “tempo ritrovato”; tra le varie finalità dell’intervento quella di restituire al malato una dimensione di calore umano, di familiarità, legate, oltre alle cure e all’attenzione del personale, all’adozione di strumenti quali la pet therapy, la garden therapy, l’horticultural therapy (animali domestici e cura delle piante)
La scelta di un unico percorso nel giardino sinuoso e privo di bivi, che ritorna al punto di partenza dopo aver descritto un’ellisse, permette al paziente di non perdersi (wondering)., situazione frequente nel malato di Alzheimer a causa della perdita dell’orientamento.
I risultati positivi dell’adozione di un “giardino sensoriale” incidono anche sulla diminuzione dell’uso di psicofarmaci (calcolato in -5-6%).
Il secondo esempio di relazioni tra arte, architettura e salute è rappresentato dal Padiglione di Emodialisi dell'Ospedale di Pistoia (progetto architettonico dell'Arch. Vannetti di Firenze), finalizzato a sperimentare una nuova tipologia di terapia emodialitica; in questo intervento l’architettura è stata considerata “attore di un processo di educazione del paziente”. La natura nel progetto è stata quindi considerata nella sua duplice valenza esteriore (percezione oggettiva) ed interiore (psicologica), e il fulcro del progetto è rappresentato da un giardino interno (il Giardino del se’), un’area verde che attraversa longitudinalmente il reparto.
L’uso di opere di arte è motivato, oltre che dalla qualità degli elementi plastici e scultorei delle opere prese singolarmente nell’ambiente interno, anche in quanto “rappresentazione fisica di una civiltà”, grazie all’uso dei colori, alla scelta degli artisti e delle opere esposte all’interno del progetto (Buren, Karavan, Lewitt, Morris, Nagasawa, Parmiggiani e Ruffi).
C’è da sperare che simili progetti non restino degli esempi isolati, e che anche nel settore dell’architettura e dell’edilizia ospedaliera, vista l’importanza della cura del malato anche da un punto di vista “ambientale”, si adottino scelte cromatiche, arredi, dimensioni degli spazi e, più in generale, scelte progettuali che seguano la direzione di questi due interventi-pilota. Purtroppo in molte situazioni, l’edilizia ospedaliera risente di scelte locative infelici in fatto di dotazione di spazi verdi, o di difficoltà legate all’adattamento di strutture storiche. Solo una progettualità che ponga al centro del progetto il paziente in quanto essere umano e non la cura in senso “tecnico” può aprire nuovi orizzonti e permettere nuove soluzioni.