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La casa che respira: il magico potere del disordine - parte 2

Il magico potere del disordine

Autore Alessandra Calanchi
Categoria Feng shui

La casa che respira: il magico potere del disordine

1. Un ordine violento è un disordine.
2. Un grande disordine è un ordine
(Wallace Stevens, Conoscitore del caos)


Dando dunque per scontato tutto ciò che riguarda l’igiene e la pulizia, nell’articolo del 2007 fissavo le regole di un “buon” disordine in sole tre norme fondamentali che qui riporto:


1. Gli oggetti “in disordine” devono cambiare nel tempo. Se lunedì c’è una pila di vestiti sulla sedia del soggiorno, e sabato no, va bene. Se gli stessi vestiti sono ancora lì la settimana dopo, va malissimo. Se sulla stessa sedia troviamo: i vestiti lunedì, una valigia il giovedì, e giornali il mercoledì seguente, il problema non sta nel disordine ma nella sedia: forse è necessario sostituire la sedia, o cambiarle di posto, o “destinarla” ufficialmente a quello scopo esatto e a nessun altro. (Meglio allora comperare un mobiletto, no?). Oppure, dobbiamo chiederci perché non vogliamo che nessuno si sieda lì. Dobbiamo interrogarci sulle nostre relazioni con gli altri, sia con coloro con cui conviviamo, sia sui possibili ospiti. Ma c’è anche una terza possibilità: a noi, la sedia piace così. Ci piace la sedia multi-funzionale. Vogliamo dirlo in inglese? La multi-tasking chair. Suona meglio? A noi piace la sedia-attaccapanni, la sedia-sgabello, la sedia-poggia-piedi, la sedia-per-il-gatto, la sedia-tavolino. Vogliamo entrare in casa e provare sorpresa: toh, ecco dov’era finita la sciarpa rossa. Ecco dov’era tutta la biancheria stirata. Ecco dov’era il libro che stavo leggendo. Ecco dov’erano i dvd che non trovavo più. Vogliamo riconoscere il nostro (dis)ordine, vogliamo marcare il territorio con una piccola, innocente imprevedibilità quotidiana…


2. Gli oggetti in “disordine” non devono ostacolare la nostra vita sociale e/o di svago e/o di lavoro. Se lo fanno, occorre riflettere sulle ragioni di ciò (si torna al caso della “sedia” al punto 1). Può trattarsi di un divano su cui si appoggiano giacche e cappotti, oppure di un tavolo sempre ingombro, oppure di un bagno “non presentabile” se arrivano ospiti improvvisi, ecc. Ma può anche trattarsi della stampante del computer su cui appoggiamo ogni sorta di fogli e foglietti, in modo che ogni volta che dobbiamo usarla siamo costretti a un frettoloso e frustrante de-cluttering che rende l’operazione della stampa, di per sé banale, un vero calvario. A questo punto è meglio che ci sottoponiamo a un’analisi serena dei nostri rapporti con noi stessi, con gli altri e con la nostra identità ludica e professionale. Se però tutto va bene, allora niente allarmismi! Se spostare ogni volta mille oggetti per compiere un atto banale fa parte di una nostra liturgia personale, perché preoccuparci? Forse usiamo quei gesti rituali e quei pochi minuti per decomprimerci, concentrarci, fare il vuoto interiore, o anche solo concederci un momento di relax …


3. Per quanto è possibile, gli oggetti in “disordine” dovrebbero riflettere il gusto, la personalità e gli interessi di chi abita lo spazio in questione. In questo caso è un disordine creativo, fecondo, stimolante per sé e per gli altri. Per nessuna ragione è consigliabile lasciare “in giro” cose che non ci piacciono, che ci deprimono, che ci ricordano situazioni spiacevoli. Vasi rotti. Piante marcescenti. Spazzatura. Giornali vecchi che non abbiamo nessuna intenzione di rileggere. Però … però … se questo è il nostro mood, se in questo periodo vogliamo creare una continuità fra le nostre emozioni e lo spazio che ci circonda, se quel pianoforte non accordato ci piace così com’è, che male c’è?


Elogiavo dunque, nel mio articolo di otto anni fa, un ambiente né troppo ordinato né troppo in disordine: uno spazio “diversamente” ordinato, dove ordine e disordine convivono in reciproco rispetto. Dove un libro o un giornale aperti sul divano, un giocattolo in cucina, un negligè sul letto, una scatola di candele dietro una porta non indicano pigrizia o sciatteria ma interesse, dialogo, gioco, lavoro intellettuale, seduzione, magia. Dove quando andiamo a dormire ritroviamo i nostri oggetti sul comodino, tra le coperte, sul pavimento, e non abbiamo la sensazione di trascorrere la notte e vivere i nostri sogni nella vetrina di un negozio o in una stanza d’albergo. Del resto, come scrive Jean Cocteau, “un romanzo è un vocabolario in disordine”: da parte mia, ritengo senz’altro preferibile vivere dentro una storia d’amore o dentro un’avventura fantastica che fra colonne simmetriche e monotone di lemmi ed etimologie.

 


La casa che respira: il magico potere del disordine Parte 1 Parte 2 Parte 3



 






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